La teoria di Freud sulla struttura della vita psichica (1900)

Vol. I, pp. 470-479


Ed eccoci finalmente giunti alla descrizione che Freud pubblicò della sua teoria psicologica, e che si trova nel settimo capitolo dell'Interpretazione dei sogni, il quale è sempre servito da punto di partenza per le successive estensioni e modificazioni delle idee del suo autore.

Egli adottò in quel capitolo uno schema dell'attività psichica molto simile a quello del «Progetto», come pure buona parte degli stessi concetti fondamentali, ma la terminologia fisiologica era quasi completamente scomparsa. Rispetto al «Progetto» il capitolo in questione è più semplice e più chiaro, anche perché fu scritto per un pubblico più vasto e meno specializzato.

Freud, che aveva naturalmente tratto il suo bagaglio di psicologia pratica quasi per intero dalla sua esperienza clinica, vagheggiò per lungo tempo l'ambizione di fare uso di tale esperienza per formulare una psicologia teorica. Perciò rinunciare a questo progetto in favore di un altro basato sulle sue recenti acquisizioni sui processi onirici deve essergli costato molto caro. Eppure, se voleva fare del suo libro sui sogni un'opera completa, c'erano sufficienti motivi per prendere una simile decisione. Per un po' egli si cullò nell'idea di sfruttare entrambe le fonti, e fu presumibilmente il suo senso artistico della misura che lo spinse a fare dell'Interpretazione dei sogni solo un libro sulla vita onirica. Dal suo punto di vista ebbe indubbiamente ragione, però in tal modo ci è giunta un'espressione meno completa delle sue idee. Egli stesso precisò infatti che il modello della mente che presentava in quel libro era necessariamente parziale, e che esso richiedeva di essere ampliato con ricerche basate su dati diversi da quelli onirici.

Esporremo ora i princìpi psicologici desumendoli dalla loro applicazione ai particolari processi della psicologia onirica, alla quale il capitolo del libro di Freud si riferiva.

Tra le affermazioni psicologiche contenute negli scritti pubblicati da Freud prima delT'Interpretazione dei sogni ve ne sono due, entrambe datate 1894, che meritano un particolare interesse. La prima è il principio di costanza, meccanismo regolatore al quale Freud restò sempre fedele. Esso derivava evidentemente dal principio della conservazione dell'energia di Helmholtz, secondo il quale in ogni sistema isolato la somma delle forze, rimane costante. Abbiamo già fornito, in questo stesso capitolo, la definizione datane da Freud. Sembra che egli vantasse dentro di sé un certo diritto di proprietà circa l'applicazione di questo principio al sistema nervoso, perché in una lettera del 29 novembre 1895 scrisse di essere seccato del fatto che Heinrich Sachs se ne fosse appropriato.

L'altra è una di quelle definizioni di Freud che sono purtroppo rare. «Nelle funzioni psichiche va distinto qualcosa (una carica di affettività, una somma di eccitazioni) che ha tutte le caratteristiche di una quantità, anche se manchiamo di qualunque mezzo per misurarla, è qualcosa suscettibile di aumentare, diminuire, essere spostato o scaricato, e che aderisce alle tracce mnemoniche delle idee, quasi come una carica elettrica alla superficie dei corpi.» Le parole tra parentesi indicano che la proprietà in questione può essere definita sia in termini psicologici (Affektbetrag) che fisiologici (Erregungssumme). Il concetto che essa fosse in certa misura autonoma e capace di essere «spostata» da un'idea all'altra era fondamentale ed estraneo alla psicologia del tempo. L'idea che l'affetto fosse indipendente e staccabile lo differenziava nettamente dalla vecchia concezione di «tono affettivo». Era un vero e proprio progresso tratto dal campo della psicopatologia.

Si ritiene di solito che il massimo contributo di Freud alla scienza sia stata la sua concezione di una mente inconscia, che viene generalmente fatta coincidere con l'Interpretazione dei sogni e che, insieme alla teoria della libido, ha suscitato la maggiore opposizione. A questo proposito cadono opportune due osservazioni. In primo luogo è interessante ricordare che l'idea di processi psichici inconsci era più largamente accettata negli ultimi venti anni del diciannovesimo secolo che nei primi venti dell'attuale, quando essa incontrò una corrente di incredulità e di ridicolo. Si possono citare un paio di esempi. Nel 1885 Sir Samuel Wilkes, un distinto medico londinese che fu in seguito presidente del Royal College of Physicians, in una recensione di un libro di Hack Tuke ammise che l'autore aveva dimostrato «non essere la coscienza un elemento essenziale di tutti i nostri atti psichici», e aggiunse : «Oggi viene generalmente ammesso che i centri più alti del cervello (cioè la mente) possono essere in piena attività senza che la coscienza vi prenda parte.»98 L'altro esempio si riferisce a Theodor Lipps, professore di psicologia a Monaco,, un uomo di cui Freud ammirava molto gli scritti. Nella sua copia di un libro di Lipps, che lesse nel 1898 (31 agosto), Freud sottolineò il passo seguente :  «Non solo noi sosteniamo l'esistenza di processi psichici inconsci accanto a quelli coscienti, ma andiamo oltre e postuliamo che i processi inconsci costituiscono la base di quelli coscienti e che li accompagnano. I processi coscienti emergono dall'inconscio in condizioni favorevoli, per poi sprofondarvisi di nuovo.»

Da questa osservazione si potrebbe concludere che il passaggio dalla benevola approvazione all'acerrima opposizione, avvenuto dopo il 1900, non era tanto dovuto all'idea di una mente inconscia in sé, quanto piuttosto al contenuto di essa, che Freud aveva rivelato.

In secondo luogo gli studiosi più attenti hanno capito che il rivoluzionario contributo di Freud non consistette tanto nella sua dimostrazione dell'esistenza di un inconscio e forse neanche nell'esplorazione, da lui fatta, del contenuto di esso, quanto nell'asserzione che vi sono due tipi fondamentalmente diversi di processi psichici, descritti e distinti da Freud in primari e secondari. Le leggi proprie dei due tipi sono assolutamente diverse. Qualunque descrizione del primo tipo richiamerebbe il quadro delle più bizzarre forme di follia : esso è dominato infatti da una corrente assolutamente indisturbata che tende ad appagare sul piano immaginario il desiderio che la suscita - e che è l'unica cosa che abbia la capacità di metterla in moto. Esso è esente da qualunque contraddizione logica e da qualunque associazione causale, e non ha alcun senso né del tempo né della realtà esterna. Il suo scopo è quello di scaricare l'eccitazione attraverso qualche via d'uscita motoria, oppure, se questo non riesce, quello di stabilire un'identità percettiva - magari allucinatoria - con il ricordo della percezione di un appagamento precedentemente raggiunto.

Nel processo secondario invece l'energia che fluisce liberamente subisce numerose inibizioni : essa viene legata, «fissata», e la sua erogazione viene permessa solo dopo che i processi del pensiero hanno trovato la direzione in cui si possa realizzare l'appagamento «reale del desiderio», dopo aver preso in considerazione le circostanze del mondo esterno. «La nostra vita psichica nasce dal contrasto tra la realtà e l'appagamento dei desideri.»

Questa, suddivisione della psiche ha naturalmente un corrispettivo fisiologico, che Freud conosceva a fondo : è quello che va dal semplice riflesso (nel quale il passaggio dell'eccitazione dalle fibre sensitive a quelle motrici è immediato ed irrefrenabile) alle varie, complesse reazioni a stimoli che possono essere seguiti o meno da una risposta motoria (e nel corso delle quali l'inibizione svolge sempre un certo ruolo) Quindi l'originalità non sta  nella distinzione in sé,  ma  nell'esplorazione e  descrizione  dettagliate

che Freud fece dei due ordini di processi, e che prima d'allora non era stata mai tentata.

È vero che questa distinzione della natura dei processi psichici corrisponde grossolanamente alla distinzione tra inconscio e coscienza, ma questa seconda concezione è più vasta e richiede ulteriori precisazioni, come ora faremo risaltare.

Freud fece a questo proposito una osservazione notevole, cioè che da certi punti di vista il contrasto fra l'«Io» ed il «rimosso» è più istruttivo di quello tra coscienza ed inconscio.102 Parlando del «Progetto» abbiamo già considerato, in un linguaggio diverso, molte delle idee esposte nell'Interpretazione dei sogni. Alcune non hanno che da essere tradotte, così per esempio : invece dei sistemi di neuroni abbiamo altrettante costellazioni psichiche, invece del concetto fisico di quantità abbiamo un ipotetico «investimento» dell'energia psichica, e il principio fisico dell'inerzia si trasforma in quello ben noto del piacere-dolore (Lust-Unlust).

Freud usava ancora la parola «apparato», e il modello che egli esponeva era costruito su linee molto simili a quelle del modello fisiologico. Qui però, in termini di processi psichici, il modello cominciava a prender vita.

Il concetto di azione riflessa veniva preso come prototipo di tutto il funzionamento psichico. Nel modello della mente l'energia fluisce dalla via d'entrata, afferente, alla via d'uscita, efferente, di essa. Questo andamento «progressivo» nei riguardi delle sensazioni e percezioni in arrivo è però sostituito in certi casi da un andamento «regressivo». Il «processo primario» in sé si avvicina ad un semplice riflesso. L'eccitazione procede indisturbata verso la scarica motoria.

Come abbiamo già detto parlando del «Progetto», Freud aveva sempre recisamente distinto la percezione dalla memoria, ed infatti nel suo plastico modello egli assegnava alle due funzioni un posto diverso. Le tracce mnemoniche si depositano oltre il punto d'entrata delle percezioni e - proprio come nella descrizione fisiologica - esse vengono registrate più volte, a seconda del tipo d'associazioni che ciascuna nuova idea stabilisce. Sono tutte inconsce (o preconsce), sebbene alcune possano entrare nella coscienza, ed è perciò che Freud, un po' sommariamente, affermava che «coscienza e memoria si escludono a vicenda».

Freud partiva da quella che secondo lui era l'unica forza motrice dell'intero apparato: il desiderio. Egli lo definiva «una corrente che circola nell'apparato partendo dalla sofferenza   (Unlust) e  raggiungendo  il piacere (Lust)». Ciò che determina il piacere è l'alleviamento della tensione realizzato dalla scarica della corrente, l'eliminazione di essa. Prendiamo come tipico esempio di desiderio la fame. In questo caso il primo effetto dell'eccitazione psichica che ne deriva è il passaggio di una corrente dall'estremità sensitiva a quella motrice dell'apparato, che si manifesta in movimenti embrionali e privi di scopo (per esempio scalciare, ecc.).

Al suo passaggio però la corrente s'imbatte nella traccia mnemonica di una precedente percezione associata alla soddisfazione della fame, e se quest'ultima persiste e non è placata dai movimenti la corrente «regredisce» verso le tracce mnemoniche e risuscita la percezione della precedente esperienza di soddisfacimento. Questo processo, definito da Freud «appagamento allucinatorie dei desideri» si verifica abitualmente nelle psicosi e caratterizza il processo di formazione dei sogni. Prima o poi però, per varie ragioni, esso non riesce più a risolvere la situazione, e allora la sofferenza (Unlust) persiste : è diventata necessaria qualche altra cosa.

Ecco dunque ciò che Freud intendeva quando diceva che sono i bisogni vitali (die Not des Lebens) a determinare tutto lo sviluppo mentale. Ciò che deve accadere è che l'eccitazione prosegua in direzione progressiva verso le tracce mnemoniche che si sono accumulate successivamente, non più per semplici associazioni di simultaneità o contiguità, ma secondo leggi causali. Così nascono i processi del pensiero. Nel caso in questione il bambino si rende conto che il solo mezzo di soddisfare.realmente i propri bisogni è che si verifichi una modificazione nel mondo esterno. Allora si mette a gridare e la mamma accorre.

Il «processo primario», dal quale siamo partiti, è dunque tale in più di un senso : perché è il più importante e perché è il primo in ordine di tempo. Infatti esiste già nell'infanzia.

Freud usava il termine «regressione» in tre diversi significati : 1. in senso topico, riferendosi alla prima metà del suo modello; 2. in senso temporale, alludendo allora al ritorno a formazioni psichiche precedenti; 3. in senso formale, quando modi di espressione primitivi sostituiscono quelli abituali.

Il principio del piacere-dolore è fondamentale nella psicologia freudiana. Esso regola in modo automatico tutti i processi di investimento energetico. In una lettera del 9 ottobre 1899 Freud riferì che nel leggere alcuni lavori di psicologia - quando aveva già enunciato la teoria della psiche che abbiamo or ora esposto - si era imbattuto, negli scritti di un autore inglese, in una lunga descrizione dello stesso principio, e che ne aveva provato grande soddisfazione.

Passiamo ora a considerare il sistema secondario dei processi psichici. Esso contiene le successive tracce mnemoniche, frutto di associazioni causali, delle quali abbiamo già parlato, e possiede due caratteristiche fondamentali : la capacità di inibire il flusso libero e incontrollato proprio del «sistema primario», e di «fissare» così la sua energia. Solo quando questo è stato fatto, il processo secondario può sottoporre a investimento le rispettive idee, conferendo loro a questo scopo una certa «carica di energia». Esso non può però assolvere questa funzione se la quantità di sofferenza (Unlust) che si libera è eccessiva. In questo caso esso può solo cambiare strada, ciò che costituisce il prototipo della «rimozione». Perciò si fa ogni sforzo per cercare di impedire la liberazione di sofferenza, e di assicurare in tal modo un investimento tranquillo, che si traduce probabilmente in un aumento del rendimento. Il sistema secondario impiega a questo scopo dei segnali : idee che lo avvertono dell'approssimarsi di ricordi spiacevoli. Questo concetto fu successivamente meglio sviluppato da Freud nel suo libro Hemmung, Symp-toni und Angst («Inibizione, sintomo e angoscia») del 1926.

I rapporti meccanici che regolano il flusso di energia nei due sistemi sono quindi del tutto diversi, anche se lo scopo, cioè la funzione, è identico nei due casi : la ricerca della soddisfazione di un desiderio o di un bisogno. Mentre però il sistema primario tende esclusivamente verso una «identità percettiva», che riproduca la percezione precedentemente registrata dell'esperienza di soddisfacimento, il sistema secondario mira ad una «identità di pensiero», cioè alla riproduzione dell'azione effettiva. Freud concepiva il processo di pensiero come un procedimento per tentativi, guidato dalle «idee intenzionali» di soddisfazione. Senza tali idee nessun pensiero è possibile. Piccole quantità di energia sono distribuite in varie direzioni finché non si raggiunge l'«identità». Queste quantità devono esser piccole, non solo per evitare consumi rovinosi, ma anche per poter conservare una energia sufficiente a permettere la scarica motoria, scopo finale, una volta che sia stata trovata la via adatta al suo svolgersi. Questo processo veniva definito da Freud come «principio del minimo consumo di innervazione». Ciascun pensiero non è altro che un circuito complesso ed intricato, che ha per meta l'appagamento dei desideri.

Naturalmente, allo scopo di evitare l'errore proprio del sistema primario, ossia quello di confondere una percezione risuscitata con una percezione reale, il sistema secondario deve avere qualche mezzo per controllare le percezioni e poter così effettuare la necessaria distinzione tra di loro (Realitätsprüfung). Questo avviene praticamente nello stesso modo che abbiamo già indicato a proposito del «Progetto».

Abbiamo accennato all'idea originale di Freud circa l'autonomia degli affetti, che si staccava nettamente dalla vecchia psicologia associazionistica. L'intensità delle idee dipende dalla carica di affettività di cui esse vengono investite. Vi sono alcuni passi di Freud che ricordano molto la teoria delle emozioni di James-Lange, secondo la quale le idee sono primitive rispetto alle manifestazioni motorie o secretorie, secondarie. Se così fosse, però, la concezione di Freud sarebbe stata indipendente da quella da Lange e James.

Il concetto di «rimozione» occupa un posto privilegiato in tutti gli scritti di Freud, ed il suo significato può essere certamente considerato uno dei suoi contributi più importanti ed originali. I fatti appurati erano abbastanza chiari, quello che invece lo faceva continuamente tribolare era la teoria, che per lui aveva una particolare importanza per i riflessi che avrebbe avuto sulla psicopatologia : così per esempio la possibilità che la rimozione normale differisse da quella patologica, la scelta del tipo di nevrosi, ecc.

Freud aveva precedentemente affermato in merito che un'idea poteva essere rimossa solo quando la sua intensità era scarsa. In tal caso l'Io deve prima privarla della sua carica affettiva, che viene trasferita su altre idee oppure diversamente impiegata. Un anno dopo però, cioè in una lettera del 1° gennaio 1896, egli scrisse che la rimozione si verifica quando un conflitto tra impulsi di provenienza somatica e processi psichici alimentati da percezioni coscienti libera sofferenza (Unlust). La rimozione può verificarsi a diversi livelli, cioè non solo tra preconscio ed inconscio ma nel preconscio stesso (manoscritto allegato alla lettera del 25 maggio 1897).

Freud continuava a pensare che tra rimozione e sessualità esistesse un rapporto particolare. Egli sosteneva che la vita sessuale rappresenta una fonte indipendente (specifica) di liberazione della sofferenza, forse a causa del caratteristico modo con cui il piacere sessuale può trasformarsi in sofferenza (disgusto, ecc.). Sotto questo aspetto, poi, sfruttava il paragone tra libido maschile e femminile. Dapprima (nel manoscritto succitato) egli sembrava propendere verso l'idea che quello che veniva rimosso fosse l'elemento femminile, e che gli uomini rimovessero la tendenza a svolgere una parte passiva nell'omosessualità.  Forse questa nozione la prese da Fliess,

perché pochi mesi dopo disse all'amico di non aver ancora la possibilità di saggiare quella ipotesi (che gli attribuiva) né la propria, che era esattamente opposta, cioè che fosse l'elemento maschile ad essere rimosso dal femminile (15 ottobre). Dopo appena un mese però Freud annunciò di aver abbandonato questa seconda idea (14 novembre). [Questi concetti sono analoghi a quelli espressi più tardi da Adler (la «protesta maschile») al tempo della sua secessione da Freud. Freud spiegò più tardi perché essi non davano ragione dei dati analitici.] Vari anni dopo tuttavia egli proclamò con molta sicurezza che la rimozione era possibile solo attraverso una «reazione» (cioè un conflitto) tra due tendenze sessuali (7 agosto 1901). Da questa successione di pensieri resta acquisita l'importanza che Freud attribuì sempre al ruolo della bisessualità nei conflitti intrapsichici.

Egli spiegava la parte specifica che gli impulsi sessuali svolgono nella rimozione con il fatto che il ricordo di esperienze sessuali spiacevoli ha il potere di determinare una sofferenza attuale (14 novembre 1897). Questa concezione però si basava largamente sulla sua vecchia idea che i traumi sessuali dell'infanzia raggiungessero la loro efficacia solo al momento della pubertà, epoca alla quale veniva fatta risalire, prima di Freud, la prima comparsa delle emozioni sessuali.

Le fasi dello sviluppo sono quindi tre: 1. la difesa primaria contro il dolore o i traumi; 2. la successiva rimozione, con cui l'Io preconscio evita tutto ciò che tende a provocare una sofferenza (Unlust) sessuale; 3. la disapprovazione cosciente di un impulso per mezzo di un atto di giudizio.

Com'è noto, Freud divideva la mente, secondo un immaginario piano topografico, in tre parti : inconscio vero e proprio, preconscio e conscio. Va però tenuto ben presente che la linea divisoria più importante non è quella che sta tra la coscienza e il resto, ma quella tra l'inconscio e le altre due parti. Che un dato processo sia conscio o no conta meno del fatto che esso appartenga al sistema primario o. piuttosto al secondario. In quest'ultimo caso esso può essere conscio oppure non esserlo.

Il «processo primario», come definito prima, costituisce il nucleo dell'inconscio propriamente detto, quella remota provincia della mente che Freud poteva a buon diritto affermate di aver scoperto ed esplorato. Esso è caratterizzato dal fatto di non poter essere ammesso alla coscienza (bewusstseins-unjàhig secondo Breuer).

Freud sosteneva quindi che ciò che è psichicamente reale esiste sotto più di una forma, e inoltre «che l'inconscio è la vera realtà psichica; nella sua natura profonda esso è per noi altrettanto sconosciuto di quanto lo sia la realtà del mondo esterno, e ci viene reso noto dai dati della coscienza in modo altrettanto imperfetto di quanto la realtà esterna ci venga resa nota dall'informazione dei nostri organi di senso. Freud evitò sempre di usare il termine unterbewusst (subcosciente) che considerava ingannevole in quanto fa pensare a qualcosa che sia un po' meno che conscio. Agli inizi però egli impiegò in una occasione il termine francese subconscient.

Quello che egli definiva preconscio contiene la maggior parte della psiche, se è lecito dir così. Il preconscio non è accompagnato dalla coscienza, e corrisponde perciò a quello che gli scrittori precedenti avevano chiamato «inconscio» o «subconscio». Ecco coincide quasi con ciò che chiamiamo Io, sebbene quest'ultimo affondi alcune delle sue «propaggini» sia nell'inconscio vero e proprio che nella coscienza. Abbiamo già parlato dell'importante funzione inibitrice del preconscio sul flusso di energia, originalmente libero, che è la caratteristica fondamentale del sistema secondario. Tra l'inconscio ed il preconscio c'è però una barriera simile ad un filtro, e un'altra si trova tra preconscio e coscienza : le idee possono attraversare queste barriere solo quando sono soddisfatte certe condizioni, e anche in questo caso funge da regolatore il principio del piacere-dolore. Siccome in una lettera del 22 dicembre 1897 Freud paragonò la barriera alla censura russa, inefficiente strumento che il regime zarista aveva opposto alla contaminazione da parte delle idee occidentali, la parola «censura» è entrata da allora a far parte della terminologia psicoanalitica. Freud l'aveva però già usata in un suo lavoro stampato l'anno prima.

Il preconscio, secondo Freud, non possiede attributi qualitativi, ma solo quantitativi. In questo esso differisce dalla coscienza, che trae le sue qualità da tre fonti : .1, dalla liberazione del piacere e della sofferenza; 2. dall'associazione con i ricordi verbali, che hanno una qualità propria; 3. dalle percezioni, più direttamente. Senza una certa dose di qualità non può esservi coscienza. Freud poteva quindi definire la coscienza «un organo di senso per la percezione delle qualità psichiche». La coscienza può essere evocata in due modi : per mezzo di uno stimolo percettivo proveniente dal mondo esterno o per mezzo della fuoruscita di piacere o di sofferenza dal preconscio. Dal punto di vista della coscienza il resto della mente può essere considerato come un mondo esterno. La coscienza percepisce qualcosa del resto della mente, in modo analogo a quanto accade nel processo percettivo primario.

Qual è la funzione biologica della coscienza, che sembra distinguere l'uomo dagli altri animali? A differenza di certi filosofi, Freud non considerò mai la coscienza come un epifenomeno, e nemmeno come un indice della realizzazione di un dato processo mentale. Il suo parallelismo fra coscienza e percezione gli fornì lo spunto per definire la funzione di quest'ultima. Proprio come la percezione attira su di sé un atto di attenzione che ne dirige lo svolgimento e ne usa gli attributi qualitativi per regolare la distribuzione quantitativa dell'energia nell'apparato psichico, così la coscienza, servendosi degli stessi mezzi, regola con precisione i vari spostamenti dell'investimento energetico, che possono perfino svolgersi in opposizione al più grossolano automatismo del sistema piacere-dolore. Essa realizza cioè la possibilità di un controllo più stabile dello svolgimento dei processi psichici, sebbene naturalmente la sua stessa natura sia in parte automatica.

Al punto in cui siamo giunti, e che coincide con l'inizio del secolo, si può tranquillamente affermare che Freud aveva raggiunto in ogni senso una piena maturità. Il suo sviluppo intellettuale era stato precoce, ma il lato emotivo della sua vita, già tardo a lasciarsi risvegliare in genere, aveva richiesto un tempo maggiore prima di raggiungere la stabilità. Trascorso questo periodo, però, c'imbatteremo in un essere molto diverso dall'uomo sofferente e angustiato che aveva dovuto aprirsi la strada in mezzo a difficoltà sia esteriori che interiori.

Che sia stato un uomo laborioso, anzi un lavoratore eccezionalmente accanito preso al massimo dal suo lavoro, risulta chiaro da tutto ciò che realizzò, e di cui è rimasta solo una piccola parte. Che sia stato un pensatore brillante è evidente a chiunque abbia letto quest ultimo capitolo. Ma aveva due qualità, di gran lunga più rare di queste : un'immaginazione creativa che, una volta affrancatasi dalla rigida disciplina dell'educazione scolastica, lo condusse agli estremi confini del pensiero, ed un superbo coraggio che, insieme alla sua assoluta integrità, gli permise di afferrare fantasmi nascosti in quegli abissi dove nessun essere umano aveva ancora osato avventurarsi.